Abbiamo intervistato una guida naturalistica che, con il suo progetto, vuole combattere l’inquinamento causato dai rifiuti di plastica.
Cosa unisce un vasetto della Mucca Carolina, i gelati Miniball Eldorado e Pez lo sparacaramelle? La plastica, sicuramente. Poi il mare che li ha restituiti. E, infine, la veneranda età. Archeoplastica è il progetto che Enzo Suma porta ufficialmente avanti dall’inverno dell’anno scorso, quando i fondi reperiti tramite crowdfunding gli hanno permesso di portare in mostra questo percorso di sensibilizzazione contro l’inquinamento da plastica, soprattutto nelle scuole, ma anche di realizzare un sito apposito. Lì si può consultare una nutrita (quanto non esaustiva) selezione di cosiddetti reperti archeoplastici, tutti ritrovati sui litorali italiani. Un vero e proprio catalogo, consultabile anche in 3D, con oggetti datati a cavallo tra gli anni ’50/60 e gli anni ’80. Quando poi si sono aggiunti i social come Facebook, Instagram e TikTok è stato subito un boom. Il concetto è semplice: la plastica – e non solo – che utilizziamo diventa rifiuto, finisce in mare e ci ritorna indietro spiaggiata. Anche tanto tempo dopo. Ed Enzo, guida naturalistica di Ostuni e collaudato raccoglitore, da anni ne trova e recupera tanta. Proprio durante una giornata di raccolta collettiva si è imbattuto nel suo primo reperto: una bomboletta di crema solare spray, prezzo 990 lire, di oltre cinquanta anni fa. Da lì è nata la sua idea. E sempre più spesso, anche grazie all’aiuto dei suoi collaboratori sparsi in tutta Italia, si è imbattuto in prodotti anche appartenenti al mondo del food.
Enzo, quando hai deciso che era arrivato il momento di creare un catalogo?
La molla è scattata quando ne ho parlato su Facebook e con amici. Si discuteva del fatto che la plastica duri così tanto. Da lì, io che il mare lo vivo tutti i giorni, ho iniziato a controllare qualsiasi cosa trovassi. E sono incappato anche in cose importanti: un detergente per vetri e un bagnoschiuma, anzi un bagno di schiuma, s empre anni ’70. Ho pensato “Adesso mi ci metto. Raccolgo la plastica in spiaggia, conservo un po’ di materiale e vediamo che succede”. Quando ho messo da parte circa 200 pezzi, anche se non tutti di grande valore, allora ho iniziato a esporre.
Come si riconoscono i reperti archeoplastici?
Raccogliere i vecchi rifiuti significa saperli riconoscere: molto spesso li guardi e sembrano moderni. Bisogna saperli un po’ valutare. Quelli nuovi di solito hanno etichette mentre quelli vecchi sono stampati, magari con caratteri in rilievo direttamente sul flacone. Sono necessari un certo occhio e tanta curiosità per guardare ogni cosa. Anche perché tutto il materiale che vedi è frutto di una grande selezione: la maggior parte della plastica è attuale, si tratta di rifiuti moderni. La nostra produzione è enorme ed è anche gestita malissimo.
Tra gli oggetti più frequenti che ritrovi in spiaggia ci sono i cucchiaini da gelato.
Una collezione mai esposta finora, ma una bella collezione con sovraimpresso il logo dei vari brand, alcuni ancora esistenti e altri no. Toseroni per esempio, forse è effettivamente uno dei più vecchi, ha un font molto antico. Come qualsiasi tipo di rifiuto arrivano in spiaggia sia perché consumati lì sia perché ci sono arrivati. Magari sono stati gestiti male, finiti in un tombino e poi arrivati al mare. Oppure ancora, come le coppette di gelato, c’è la possibilità in più di essere stati smaltiti male direttamente in spiaggia.
Coppette di gelato, dici: su Instagram vedo gelati Miniball Eldorado, ma anche vecchie Pipe gelato.
Di solito erano a forma di pagliaccio, sono degli anni ’80. Ma ce n’è anche una a forma di cane, trovata a Fermo e datata fine anni ’70. Siamo riusciti a collocarla perché qualcuno l’ha riconosciuta. Certo, è anche vero che quando persone mi dicono che ricordano questo o quell’oggetto a volte sono da prendere con le pinze perché non sempre i ricordi sono veritieri.
Però raccogli storie incredibili, come quella della trottola gelato di Rosarno.
Che dopo averla mangiata si poteva utilizzare come giocattolo. Quella è stata una storia che mi ha colpito abbastanza. Pensare che all’inizio quel reperto non lo avevo considerato, sembrava un posacenere da spiaggia. L’ho raccolto su una spiaggia di Brindisi e fotografato. Tornato a casa sono andato a riguardare la foto per approfondire. C’era la scritta Rosarno. E, dall’altra parte, c’era scritto Sovrana. Ho fatto una ricerca, ma ne è venuto fuori poco. Le prime informazioni le ho recuperate soltanto dopo, grazie a un ragazzo su Instagram, che ha chiesto ai suoi compaesani rosarnesi. Ne è venuta fuori la storia dell’azienda: un’industria gelatiera che ha chiuso nel ’74. E la trottola l’abbiamo datata: anni ’60.
Si è creata e cresce una bella community…
Per la raccolta e per le ricerche, sì. Più sono cresciuti i contatti con altre persone soprattutto tramite social, più sono aumentate le persone brave proprio in quest’ultima attività. Quando troviamo un reperto ci confrontiamo tra noi, cerchiamo le pubblicità dell’epoca, lavoriamo con le parole chiave su Google finché non riusciamo a capirne di più.
Per cui il gruppo ti aiuta a trovare le origini.
È fondamentale: per ricostruire più siamo più possibilità abbiamo di trovare legami con storia originale. A volte basta davvero l’intuizione di qualcuno. Prendi, per esempio, il flacone di miele a forma di Pierrot. Una ragazza lo ha visto e ha notato la somiglianza della faccia e della mano con manifesto degli anni ’50 di una azienda greca che produce miele. E, grazie a lei, siamo risaliti a un video proprio di quell’azienda dove campeggia, in bella mostra davanti, un contenitore identico. L’azienda ce l’ha poi confermato: è datato tra il ’60 e il ’69.
Guardo il sito: un altro oggetto molto accattivante è Pez lo sparacaramelle, del 1980.
Non è uno di quegli oggetti frequenti da trovare, io non lo conoscevo neanche. Venne fuori che ancora oggi ci sono degli importatori, in America e in altri Stati, dove ha ancora un po’ successo. Da noi insomma, non è così diffuso.
Ma non c’è solo plastica: c’è perfino una lattina di Coca-Cola limited edition del 1978.
Quella l’ho trovata mentre ero con le mie nipoti in spiaggia a passeggiare. Inizialmente, l’ho presa pensando fosse una lattina ammaccata. Girandola, invece, è venuto fuori il logo dei mondiali d’Argentina del ’78. Il bello è che non stavo neanche raccogliendo ma quando sono lì poi lo sguardo mi cade sempre su qualsiasi cosa.
Non starai un po’ approfittando della modalità ti sblocco un ricordo?
Forse è il pretesto, l’esca per attirare le persone affinché si rendano conto. Questa cosa del ricordo chiaramente colpisce chi ha memoria di quell’oggetto, mentre per i più giovani subentra anche la curiosità di come fosse fatto in passato. Dopo la sensazione nostalgica iniziale, però, se uno è intelligente capisce che quel prodotto è arrivato dal mare ed è stato raccolto dove non doveva essere. Capisce che è un rifiuto.
Ben più recenti, invece, sono le curiose bottiglie che trovi piene di verdure e ortaggi.
Essendo in Puglia, dunque vicino all’Albania, raccogliamo molti rifiuti provenienti anche da questo Paese. Ed è frequente trovare queste bottiglie riempite con una preparazione di verdure e ortaggi tagliati a pezzi sottaceto o sale, che si chiama turshi. Peperoni e zucchine sono i più frequenti ma si trovano anche melanzane. Sembra siano preparazioni artigianali vendute sottobanco che vengono poi sequestrate e gettate dalle imbarcazioni durante eventuali controlli. Un’altra ipotesi, confermata da alcune persone del luogo, sostiene che vengano invece direttamente requisite nei porti, per essere poi smaltite male. Diciamo che, in inverno, su 4km di spiaggia mi aspetto di trovarne almeno 5-6 bottiglie.
Però c’è un reperto ben più semplice che spiega un po’ la tua visione.
Sì, questo cucchiaio di plastica incastonato in una roccia in formazione, un blocco di sabbia cementificata, la fase iniziale di creazione dell’arenaria pura. Un cucchiaio ingiallito, degradato dal sole ma ancora intero, che diventa parte integrata della natura. Ho provato a smuoverlo, ma non si stacca. Credo sia un’immagine di quello che ci aspetta per il futuro, il simbolo del tempo geologico che ci attende: l’epoca del Plasticocene.
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